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Content seeding: cos’è e come distribuire i contenuti nei canali giusti

| Paolo Boz |

Il content seeding è la distribuzione mirata di un contenuto presso persone, community e canali che possono trovarlo utile e contribuire alla sua diffusione. Invece di limitarsi a pubblicare un articolo, una ricerca o una guida e aspettare che venga scoperta, il seeding porta il contenuto nei contesti in cui ha maggiori probabilità di generare attenzione, conversazioni, condivisioni o citazioni.

Il punto centrale non è raggiungere più persone possibile. È raggiungere inizialmente le persone giuste con un contenuto che abbia una ragione concreta per essere letto e condiviso.

Content seeding: il contenuto giusto alle persone giuste.

Cos’è il content seeding

Pubblicare un contenuto e distribuirlo sono due attività differenti.

La pubblicazione rende disponibile una risorsa sul sito, sui social o su un’altra piattaforma. La distribuzione cerca invece di farla incontrare con un pubblico potenzialmente interessato.

Il content seeding interviene proprio in questa seconda fase.

Può riguardare, per esempio:

  • un articolo di approfondimento;
  • una guida pratica;
  • una ricerca originale;
  • un caso studio;
  • un report;
  • un video;
  • un’intervista;
  • una risorsa utile per uno specifico settore.

Una volta pubblicato il contenuto, si individuano persone e contesti nei quali quell’informazione può avere valore. Il contenuto può quindi essere segnalato attraverso social, newsletter, community professionali, partner, relazioni editoriali o attività di digital PR.

Non significa però distribuire automaticamente lo stesso link ovunque. Il seeding funziona quando esiste una relazione chiara tra contenuto, pubblico e contesto di distribuzione.

Come funziona il content seeding

Una strategia di content seeding può essere ricondotta a un processo abbastanza semplice:

contenuto → pubblico iniziale → canale → distribuzione → eventuale amplificazione → misurazione

La parte più importante si trova spesso all’inizio del processo.

Prima di chiedersi dove condividere un contenuto bisogna capire perché qualcuno dovrebbe interessarsene.

Una ricerca con dati originali offre una ragione diversa rispetto a una guida operativa. Un caso studio può essere utile a professionisti che affrontano un problema simile, mentre un contenuto divulgativo può funzionare meglio all’interno di una community più ampia.

Il canale viene dopo.

Questo cambia l’approccio rispetto alla semplice promozione: non si parte da “dobbiamo pubblicarlo su LinkedIn”, ma da “chi potrebbe trovare utile questa informazione e dove possiamo raggiungerlo?”.

Come costruire una strategia di content seeding

Il content seeding può essere pianificato già durante la produzione del contenuto, senza aspettare il momento della pubblicazione.

Creare qualcosa che meriti di essere distribuito

Il primo requisito è il contenuto stesso.

Il seeding non può compensare una risorsa generica, poco approfondita o costruita esclusivamente per intercettare una keyword.

Per avere una possibilità concreta di circolare, un contenuto dovrebbe offrire almeno un motivo riconoscibile per essere consultato: una risposta particolarmente chiara, un dato, un metodo, un esempio, un’esperienza, un confronto o una risorsa utilizzabile.

Prima di distribuirlo può quindi essere utile chiedersi:

perché una persona dovrebbe dedicare tempo proprio a questo contenuto?

Se la risposta non è chiara, probabilmente bisogna lavorare ancora sul contenuto prima che sulla distribuzione.

Individuare il pubblico iniziale

Non serve necessariamente partire da un’audience molto grande.

Un contenuto specialistico può trovare un terreno migliore in un gruppo ristretto di professionisti rispetto a un canale con migliaia di persone poco interessate all’argomento.

Il pubblico iniziale può comprendere:

  • professionisti del settore;
  • clienti o potenziali clienti interessati al problema;
  • autori e realtà editoriali;
  • community tematiche;
  • partner;
  • creator verticali;
  • newsletter specializzate;
  • persone che hanno già discusso il tema.

La selezione dovrebbe dipendere dalla pertinenza e non soltanto dalla visibilità dei destinatari.

Scegliere i canali adatti al contenuto

Non esiste un canale obbligatorio per fare content seeding.

Un approfondimento professionale può trovare spazio su LinkedIn. Una ricerca originale può essere interessante per newsletter o pubblicazioni specializzate. Una guida tecnica può essere utile all’interno di una community verticale. Un video può essere distribuito attraverso piattaforme e formati differenti rispetto a un articolo.

Lo stesso contenuto può inoltre essere adattato a più contesti.

Un articolo lungo può diventare il punto di partenza per un post social, una sintesi in newsletter o una discussione con una community. L’obiettivo non è duplicare il testo, ma rendere accessibile il suo valore attraverso il formato più adatto al canale.

Presentare il contenuto nel modo giusto

Il seeding non consiste nell’incollare un link accompagnato da “ho pubblicato un nuovo articolo”.

La distribuzione dovrebbe aiutare il destinatario a capire subito perché vale la pena prestare attenzione.

Se si condivide una ricerca, può essere più efficace anticiparne il dato principale. Se si segnala una guida all’interno di una discussione, conviene partire dalla risposta al problema e utilizzare la risorsa come approfondimento.

In altre parole, il link non dovrebbe essere il messaggio. Il messaggio dovrebbe spiegare il valore del contenuto.

Un esempio di content seeding

Immaginiamo di pubblicare una ricerca su come le piccole e medie imprese stanno utilizzando l’intelligenza artificiale nei processi di marketing.

La prima attività è pubblicare la ricerca sul sito. Ma da sola la pubblicazione non garantisce che venga letta dalle persone interessate.

La distribuzione potrebbe prevedere una serie di azioni coordinate:

  • sintetizzare uno dei risultati principali in un post LinkedIn;
  • presentare i dati più interessanti nella newsletter;
  • segnalare la ricerca a professionisti che lavorano con le PMI;
  • utilizzarla come contributo in discussioni pertinenti;
  • presentarla a realtà editoriali o community che affrontano gli stessi temi.

Non tutte queste attività produrranno necessariamente una condivisione o una citazione.

Il risultato dipende dalla qualità e dall’originalità della ricerca, dalla pertinenza dei destinatari e dal modo in cui viene presentata.

Il content seeding crea occasioni di scoperta. Sono poi le persone a decidere se il contenuto merita di essere utilizzato, condiviso o citato.

Content seeding e SEO seeding: qual è la differenza?

Content seeding e SEO seeding sono concetti molto vicini, ma il punto di osservazione cambia.

TermineFocus principale
Content seedingDistribuire un contenuto presso persone, community e canali pertinenti per favorirne scoperta e diffusione.
SEO seedingConsiderare la distribuzione del contenuto anche rispetto alla sua visibilità nell’ecosistema della ricerca organica.
Marketing seedingConcetto più ampio che può riguardare contenuti, prodotti, messaggi e altre iniziative distribuite inizialmente presso pubblici selezionati.

Il content seeding non deve quindi avere necessariamente un obiettivo SEO.

Un contenuto può essere distribuito per aumentare notorietà, generare conversazioni, raggiungere una community o sostenere altre attività di comunicazione.

Quando la distribuzione viene inserita all’interno di una strategia SEO, entrano in gioco anche aspetti come la capacità del contenuto di ottenere visibilità, menzioni, citazioni e, quando avviene spontaneamente, collegamenti da altre risorse.

Content seeding non significa ottenere backlink

Uno degli equivoci da evitare è considerare il seeding come una tecnica per generare automaticamente backlink.

Distribuire un contenuto può aumentare le occasioni in cui viene scoperto da persone che gestiscono siti, pubblicazioni o altre risorse online. Questo non significa però che quelle persone inseriranno necessariamente un link.

Un collegamento ha valore quando nasce da una ragione editoriale: il contenuto viene citato perché fornisce un’informazione, un dato o un approfondimento utile.

Il seeding può facilitare l’incontro tra una buona risorsa e chi potrebbe utilizzarla. Non rende automaticamente citabile un contenuto che non offre nulla di distintivo.

Come misurare i risultati del content seeding

Non esiste una singola metrica valida per ogni attività.

Gli indicatori devono dipendere dall’obiettivo del contenuto e dal modo in cui viene distribuito.

Si possono osservare, per esempio:

  • visite provenienti dai canali utilizzati;
  • traffico referral;
  • condivisioni;
  • menzioni;
  • conversazioni generate;
  • iscrizioni o richieste nate dal contenuto;
  • citazioni editoriali;
  • link ricevuti spontaneamente.

È utile distinguere anche tra visibilità e qualità della distribuzione.

Cento visite provenienti da una community estremamente pertinente possono avere più valore di migliaia di visualizzazioni ottenute da un pubblico che non ha alcun interesse reale verso l’argomento.

La misurazione dovrebbe quindi tornare alla domanda iniziale: il contenuto ha raggiunto le persone per cui è stato creato?

Pubblicare è solo l’inizio

La produzione di un contenuto richiede ricerca, competenze e tempo. Lasciare completamente al caso la sua distribuzione significa rinunciare a una parte del lavoro.

Il content seeding aiuta a progettare anche ciò che avviene dopo la pubblicazione: individuare le persone che possono beneficiare dell’informazione, scegliere i contesti più pertinenti e presentare il contenuto in modo utile.

Non garantisce condivisioni, backlink o risultati organici. Permette però di affrontare in modo più consapevole una domanda fondamentale per qualsiasi strategia editoriale: come facciamo a portare un buon contenuto davanti alle persone che potrebbero davvero utilizzarlo?